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Aspetterò domani per chiedertelo

 

                                                
Fin da piccolo ero posseduto dalla famosissima "maledizione conica". Non provate ad annuire con la testa per far vedere che la conoscete. No, perchè il termine l'ho coniato ora. Ecco.
Insomma, hai presente quando da piccoli i nonni ci portavano a fare le passeggiate nelle sere d'estate? Ecco. Chi, in quelle occasioni, non ha mai strattonato la manica di un nonno gridando un timido "voglio il gelatooooooooOOOOOO".
Puntualmente mi ritrovavo davanti alla gelateria e sentivo una voce "allora bel biondino, come te lo faccio il gelato?". Io mi guardavo intorno cercando di capire chi avesse parlato. A braccia aperte dicevo "boh" e la voce rispondeva " sono quiiii, mi vedi?". Niente, capivo che la voce proveniva dal davanti ma vedevo solo una parete, spesso in legno con dei cartelloni con dei disegni di Gelati enormi e scritte 100£ - 200£ - 500£. "ehi, piccolo, dico a te". Dopo tre secondi mi ritrovavo in braccio a mio nonno e mi si apriva un mondo davanti agli occhi.
Non avevo tempo di collegare la voce ,che fino ad un minuto prima mi stava parlando, all'immagine della gelataia che mi guardava ridendo, che già ero lì ad indicare col ditino quale gusto volessi. Dopo aver scelto 8 gusti alcuni dei quali indicati almeno 4 volte e scambiati per altri 5 gusti per 3 volte, la mia decisione faticosissima si stava materializzando in sogno. La gelataia si allungava e mi porgeva il cono gelato chiedendomi "ce la fai?". Io con la bocca a forma di cerchio per lo stupore emettevo un sibilante "Scì". Il cono era tra le mie mani. Nemmeno il tempo di scendere dal nonno, che il cono si ritrovava in terra senza possibilità di recupero.
Prontamente la gelataia me ne faceva un altro, ma nella vaschetta. Non riuscivo mai a mangiarmi un cono gelato. Fino ad un istante prima lo stringevo tra le mani e poco prima di avventarmici sopra, questo era là in terra, esausto.
Credo di aver passato un' intera estate in quella situazione. Quelle serate non erano solo fatte di gloria nei casi in cui fossi riuscito a dare una leccata al cono prima di vederlo cadere, ma anche di "trotto". Sì, trotto, ma questo non me lo sono inventato.
Arrivevamo al negozio di mia mamma dove mio babbo stava seduto su una sedia di plastica a scossare la gamba. Non che si dovesse togliere una cacca da sotto la suola della scarpa...ma era un suo vizio, un tic. Come quello che ho io ora. Ricordo ancora che cercavo di imitarlo in questo suo gesto. Lui , seduto, con il piede dritto sulla punta a muovere la gamba come se stesse suonando un pedale della batteria, io di fianco a muovere la mia,,scoordinatamente, mentre fissavo la sua per imparare. Non credevo fosse impossibile fermarla, quindi mi ci siedevo sopra. Ridevo quando mi accorgevo che era indomabile, e mi veniva voglia di andare a mangiare un gelato dopo aver vibrato per un'ora.
Quel tic mi è stato tramandato, anzi, me ne sono imposseduto. Se mi vedi a tavola, mi scossa sempre la gamba. Ricordo anche quando il mio istruttore di guida mi guardava spaesato e mi chiedeva " mo sa feeeet?? (ma cosa fai?)"...ed io prontamente toglievo il piede tamburellante dal pedale del gas.
Fino a qualche anno fa mi sono accorto che scossavo la gamba anche nel sonno. Credo sia un anti stress. Ora ho dimuito questo "vizio" ed infatti ho perso i capelli.
Per esempio in questo momento la sto scossando. E sorrido al pensiero che lei l'altra sera sia riuscita a fermarmela per alcuni minuti a tavola. Mi distraevo e ripartiva, ripartiva e lei mi appoggiava una mano sopra la gamba, poi ripartiva, lei appoggiava. Non lo vedo come un gesto banale...per me quel gesto significa tanto. Un gesto di attenzioni, piccolezze che ti fanno sentire importante e voglia di dirle "se ti faccio vedere come sono diventato bravo, mi porti a prendere un gelato nel cono?".

Pubblicato il 12/11/2008 alle 0.12 nella rubrica Diario.

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