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Se fossi scemo sarei lui


Se fossi alcool sarei rhum.


Se fossi una canzone sarei Alive.


Se fossi un libro sarei Il gabbiano
Johnathan Livingstone


Se fossi un luogo sarei laSavana


Se fossi un piatto sarei 1 carbonara


Se fossi una massima sarei:
"il 'se' e il 'ma' è il paradiso dei
Coglioni!" 

Persiana Jones - Quello che mi va


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13 febbraio 2011

Dimmi

                                                 

Dimmi se non è bello tornare a casa e metterti a fare il dj solo per te...e restare sopreso in stile Mr Bean ad ogni canzone bella.
Apri la cartella da mille mila canzoni e scegli la tua. Quella che vuoi ascoltare in quel momento. Di solito cominci con una canzone malinconica...poi parte quella che ti scuote un po'. E finisci sempre a mettere su un riempi pista....quelle canzoni che ballavi quando non te ne fregava una cippa di niente. Forse è proprio quello di cui hai bisogno: ballare in mezzo a gente che se avessi il tempo per giudicarla ti faresti delle risate da male agli addominali. Credo che il segreto sia quello, quindi shhhh.




permalink | inviato da laSavana il 13/2/2011 alle 1:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

7 febbraio 2011

Per un futuro più sereno



Che poi quando sei in quella stanza hai modo di pensare. Arrivi lì, chiudi la porta e lasci il mondo fuori. Cominci a contare le mattonelle, a leggere il retro delle confezioni di shampoo, bagnoschiuma. Di recente mi è capitato anche di creare un'atmosfera romantica, a lume di candela per colpa della lampadina che la mattina stessa si è spaventata quando sono entrato di corsa in stile "si salvi chi può" ed è esplosa. Dicevo, in quei momenti, con il mondo chiuso fuori e tu chiuso dentro, liberi la mente. Raggiungi una calma interiore che manco un santone riesce a trovare...fino a quel fatidico momento di terrore che ogni essere umano ha dovuto affrontare almeno una volta nella vita: maporcalaminchia chi ha finito la garta igienica?!!!!?!!!!!

Quelli sono i veri attimi di paura che ti fanno rimpiangere tutto il relax accumulato nei minuti prima. In un istante tutti i muscoli che prima si erano assopiti, si irrigidiscono al grido "oh marònna dell'incoronèta!".

E con questo post voglio evitare a chiunque lo legga quegli attimi di freddo sudore...Ecco il dispositivo che fa per voi, per noi, per tutti insomma: "il salva merda beghelli".
E' un congegno semplicissimo che darà grandi soddisfazioni. Oltre a contenere il rotolo di carta igienica in un posto certo e sicuro (non è da sottovalutare la cosa, che mi capita anche di dover cercarlo in tutto il bagno a volte...e fatelo quadrato invece che tondo, almeno non rotola!) ne calcola il peso e quindi l'autonomia stimata. Ad esempio: se il rotolo riposto dopo l'uso nell'apposito dispositivo dovesse pesare 100gr, la situazione sarebbe normale. Varcata quella soglia di peso in difetto, entra in funzione emettendo suoni come la sirena che annuncia la fine del coprifuoco. E finché non riponete un rotolo nuovo, questo non smetterà più di far casino.
I più scettici diranno che non tutti hanno le stesse esigenze...ma ho pensato anche a questo.
Ci sono tre pulsanti sul congegno che attivano 3 diversi programmi di utilizzo:

S: stitichezza
N: normalissimamente normale
F:....fagioli!



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permalink | inviato da laSavana il 7/2/2011 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

3 gennaio 2011

E poi non ti parlo di quella che vedo e non so di chi sia

           
C'era un bel post, il vento ha voluto che non lo pubblicassi. Il vento sì. Quello che ti avvolge quando sei da solo. Non lo conosci? prova a fermarti al buio, arriva subito come se si stesse chiedendo " e che minchia fa quello? andiamo a vedere."E arriva.
Prima prova a vedere come reagirai ad un cazzotto nel petto, poi ti stringe, poi ti fa "bu!" e solo dopo si ferma a fissarti da vicino. Se lo sai guardare bene lo vedi grattarsi la fronte e mettere una mano sotto al mento mentre fa "uhm...". E' abituato a vedere delle reazioni, a creare scompiglio. Se ti vede inerme ci rimane pure male...Se sei come me poi si incazza proprio. Eh, io resto immobile a guardare le ombre.
Mi hanno sempre affascinato quelle "creature" che vivono alle spalle di tutti. Ma forse siamo noi a dar corpo a loro. Forse sei proprio tu la proiezione della tua stessa ombra. Adesso, in questo istante, prova a guardarti attorno e dimmi quante ombre vedi. Eh, hai visto? non sono poche...sembra che non ti lascino mai solo. Puoi inseguire la tua, ma non riuscirai mai a prenderla. Se ti fermi si ferma anche lei, ma se riparti non si lascerà catturare. Ha una costanza che manco Maurizio show ha. Vabbè, dicevo, le ombre mi hanno sempre affascinato. In ogni luogo che mi ha visto passar da lì ce ne sono.
Da piccolo, avevo 6 o 7 anni, ho visto al di là della siepe un gatto nero. Era tardi, buio, un lampione lontano dava corpo alla mia ombra esile. Il gatto mi ha fissato un po' e poi è andato verso il punto meno illuminato del mondo...beh, non proprio ma quando sei piccolo esageri (o forse esagero ora? mmm). L'ho seguito, piano piano, il semo con l'ombra esile che felinamente insegue un gatto. Dopo 20 minuti mi sono ritrovato lontano da casa in mezzo ad un campo ed a sterpaglie che mai avrei raggiunto se non avessi avuto uno scopo. Ad un certo punto l'ho perso, e mi sono ritrovato anche senza ombra, era rimasta là al lampione col dito che si batteva in fronte come dire "te sei scemo, io là non ci vengo".
Ecco, forse quella volta è stata l'unica occasione in cui non ho avuto un'ombra. Quando sei spensierato o preso da qualcosa te ne dimentichi, lei non ti segue e tu non la vedi. Ma prova a tornare in posti a te cari...arrivano di corsa le ombre, le senti pure parlare dietro di te, ti passano vicine sibilando qualcosa, avanti e indietro, indietro ed avanti. Poi ti senti bussare alla spalle, è il vento che si chiede che minchia stai facendo ed è venuto a controllare. Tu lo guardi, ti passi una mano in testa e dicendo "non riesci a rompere i maroni, non ho più i capelli di una volta" gli fai il gesto dell'ombrello.
    




permalink | inviato da laSavana il 3/1/2011 alle 0:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

14 agosto 2009

Il matto di paese

                                        
Marco rientra a casa dal lavoro. E' lì che cammina sul marciapiede per raggiungere la fermata dell'autobus, mani in tasca, una a sfiorare il telefono che all'improvviso vibra.
Arresta la sua camminata e guarda con curiosità quel numero mai visto prima che ora illumina il display. Risponde con un:
- sì?
Dall'altra parte una voce carica di entusiasmo dice:
-Marcooooooo, indovina chi sono ahahahaha
-eh non lo so mica. Chi sei?
- ti dice niente Ale?
-mmm...non mi sembra la voce di Ale, il mio vicino.
- e se ti dicessi "Bertooooooooooo" ahahahah.
- ma daiiiiiii, quell'Ale lì?!?!
-sìììì!! sono qui di passaggio e pensavo di farti un saluto!
-dai! rimani molto?
-purtroppo no, domani mattina parto. Ci sei per un aperitivo al bar dove andavamo sempre, quando eravamo dei mocciosi?
-certo! sono qui vicino...ce la fai ad essere lì tra 20 minuti?
-corro, a tra poco!!
-corro anche io demente! a tra poco.

Marco arriva al bar, prende un tavolino all'aperto e si accende una sigaretta nervosamente. Il tempo di spegnerla e vede in lontananza un tipo con la camminata scattante che si aggiusta prima il bavero del cappotto, poi gli occhiali da sole sulla fronte calva. E' lui, Ale.
Marco si alza, gli va incontro ed Ale ancora un po' distante punta il dito su di lui gridando " è luiiiiiiii ahahahah". Sì stringono la mano, poi si abbracciano con pacche sulla spalla e contemporaneamente si chiedono "come stai demente?" "come stai bestia?". Si siedono al tavolino non badando nemmeno il cameriere ragazzino che porge loro due menù.
Ale dice: ordiniamo il solito? due negroni alla Luisa?
Marco: ok dai.
Il ragazzo li guarda stranito e chiede: come sarebbe alla Luisa?
Ale: perchè, non c'è più la Luisa??? Marco, e dimmelo prima no? ahahahah.
Marco: due negroni forti...che la Luisa non sa manco chi sia lui. Ha cambiato gestione 12 anni fa questo bar.
cameriere: ok.
Trascorre il tempo, mentre Ale gesticola raccontando della sua vita e Marco giocherella con la cannuccia del bicchiere ascoltandolo con stupore ed interesse. Il discorso "amarcord" è inevitabile e partono i primi ricordi dei pomeriggi trascorsi insieme dopo la scuola, sempre in sella sulla bici. Ale " e ti ricordi quanto facevamo incazzare quel cane che sembrava stesse aspettando ogni giorno che passassimo da lì a fargli i versi stupidi? ahahahah"
Marco "eh, me lo ricordo sì che una volta non volevo passarci, poi ti sei messo a urlare e questo mi ha azzannato un piede ahahah".
Ale "è verooooo ahahahah...che storia! Senti, invece di Berto si è più saputo niente? ahahahah"
Marco "no, nessuno l'ha più visto...Sai che la sua sedia è ancora lì?"
Ale " ma daiiiiii! Quanto abbiamo riso per Berto?? ahahahah"

Berto era un signore che ai tempi di Ale e Marco quando uscivano da scuola avrà avuto una cinquantina d'anni. Viveva da solo. Nessuno ha mai capito che ruolo avesse nella società. Passava la mattina a curare l'orto e in qualsiasi giorno della settimana, dieci minuti prima di mezzogiorno, andava a prendere la sedia sotto al portico e si metteva a sedere al centro del cortile guardando la strada che passava davanti a casa sua. La stranezza di Berto era questa sua ossessione giornaliera. Restava seduto per ore al giorno lì in quel cortile, con il suo cappellino rosso con il cavallino della ferrari bello grande in fronte. E scrutava quella strada, prima a destra e poi a sinistra. Ad ogni macchina che vedeva passare si alzava in piedi e con il cappello in mano agitava il braccio salutandola. Questo suo gesto lo fece diventare presto il "matto del paese". Al bar c'era gente che si chiedeva cosa sarebbe successo se un giorno fosse passata la Mille Miglia davanti a casa di Berto. Tutti ridevano, tutti avevano la proprio teoria su questa sua fissazione del saluto. C'era chi diceva che era un suo parente, ma tutti sapevano che Berto non era parente di nessuno lì. A volte si radunavano gruppi di ragazzini in bicicletta, tra cui Ale e Marco, che andavano a prenderlo in giro. Passavano da lì, lo chiamavano a gran voce se non lo vedevano seduto sulla sedia e gli gridavano " e a noi non ci saluti, scemo??? ahahahah". Chi conosceva quella strada conosceva la leggenda di Berto, e chi non aveva motivo per passare da lì, allungava il proprio tragitto anche di qualche chilometro per poter vedere il famoso matto. Alcuni genitori proibivano ai propri figli di passare da lì come se in quel cortile si celasse una qualche minaccia. Altri dicevano ai figli "vuoi vedere un matto?...dai che ti porto a vederlo". E lui era lì, sempre lì a sorridere, a salutare chiunque. Se eri incazzato, se avevi mal di testa, se andavi di fretta o se stavi semplicemente facendo un giro e finivi col passare davanti a casa di Berto, lui ti salutava in piedi, su quella ghiaia bianca del proprio cortile. Per anni ed anni Berto salutò centinaia di migliaia di persone che lo identificavano come un povero matto senza alcuno scopo nella vita a parte il proprio orto. Nel corso di quegli anni la gente si era abituata e spesso si dimenticava che mentre stava passando, lui era lì a salutare. Oramai per tutti non era altro che un disperato. Un giorno come un altro passò il macellaio davanti alla casa di Berto e vide che la sedia era gambe all'aria, vuota. Di Berto nessuna traccia, nemmeno nell'orto. La voce si sparse in fretta. Nei giorni seguenti c'era la gara a chi vedesse per primo Berto, ma niente. I commenti più frequenti erano "un matto in meno ahahahah" "tanto non aveva nessuno e non cambia nulla d'ora in avanti". A qualcuno che fino a qualche anno prima lo prendeva in giro mancava il suo saluto. Si chiedeva se avrebbe mai smesso di dispiacersi per averlo preso in giro un tempo.

Mentre al bar i racconti vanno avanti, a Marco suona di nuovo il telefono e risponde: Sì, sono qui con Ale...ti ricordi quando giravamo a catechismo e poi passavamo tutti in bici davanti a Berto? Ecco, lui. Dai, vi aspetto qui allora. Sì sì, a me va bene andare a mangiare cinese stasera...ok, a tra poco.
Ale dice: non sarà mica la mogliettina eh?
-eh sì. Mi sono sposato 3 anni fa
- maddaiiiiiii. Sentivo che parlavi di me...è una che conosco quindi?!
- ti ricordi quella ragazza che dicevo avesse gli occhi più belli del mondo?
- maddaiiiiii, ti sei sposato lei? quella che hai inseguito per una vita e che non ti guardava nemmeno???
- già, ho sposato lei.
- che storia!!!
Ale si alza in piedi e dice: dai, aspetto tua moglie per salutarla e poi vado che si è fatto un po' tardino.
mentre si guardano ancora increduli per essere di nuovo lì insieme in quel bar in lontananza si vede arrivare la moglie di Marco che tiene per la mano il bimbo.
Ale: nooooo. Abbiamo parlato per ore e non mi hai detto che hai un figlio???
Marco: eh ma adesso lo conosci.
Passano 5 minuti in cui Ale si complimenta con Marco e le moglie per aver creato una così bella famiglia e dicendo che spera di poter trascorrere più tempo con loro la prossima volta se mai ci sarà. Nei saluti finali Ale chiede a Marco: ma il bimbo, parla di già? quanti anni ha?
Marco: perchè non lo chiedi a lui?
Ale si gira verso il bimbo e chiede: beh, cosa fai attaccato alla gamba della mamma? ti vergogni? vè che io e il tuo papà da piccoli eravamo sempre insieme. E quanti anni hai?
il bimbo con la mano fa il gesto 3. Ale dice: eh ma sei graaaande ormai. E come ti chiami?
Il bimbo si stacca dalla gamba della mamma e risponde: ho 3 anni e mi chiamo Berto.




permalink | inviato da laSavana il 14/8/2009 alle 17:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

15 giugno 2009

Ho ancora la forza

                            

A volte si dicono cose così tanto per parlare. Tanto per dire una minchiata e non sempre credi a quello che dici, tanto lo dici per giocare.
E ti ritrovi a dire: eh ma il problema non è fare della fatica, il difficile è salire sulla sella e poi puoi andare dove ti pare.
Poi arriva il momento in cui ti fermi, pensi e dici: perchè deve restare una minchiata quello che ho detto....e con la rabbia nelle gambe e nella testa, afferri quel manubrio, sali in sella e ti guardi:

sono ancora quello di prima ed è ora di pedalare.




permalink | inviato da laSavana il 15/6/2009 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

17 aprile 2009

A volte



Certo che c'è posto! Mettiti qui vicino... Mi raccomando però, con le braccia che ti avvolgono le gambe piegate, mentre il mento appoggia sulle ginocchia, cerca di ascoltare tutto il silenzio che puoi. Shhhh.




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19 febbraio 2009

Prego, ehm...no! ecco, si accomodi.

Percorro il solito viale che costeggia la ferrovia. Là nella curva c'è casa savana, accosto e col telecomando apro il cancello del cortile. Sulla strada c'è un omino tutto incapucciato e con una valigetta in mano. Sarà il dottore, penso. Questo mi accenna un saluto, abbasso il finestrino e mentre sto per salutarlo con un "salve dottore" mi anticipa dicendo "buonasera, sono il prete. Sono venuto a benedire".
-Oh, porca paletta!-, penso io. La fuga ora sarebbe imbarazzante, più che altro per il prete che, se resta chiuso in cortile con il cancello automatico, non ce lo vedo a scavalcare la recinzione. Decido di parcheggiare, scendo e penso a quale lingua possa fingere di parlare. Mi scappa un "accidenti non ho chiuso la macchina", quindi il piano salta. Lui si avvicina alla mia porta di ingresso e subito lo fermo dicendo "ah, accidenti...l'ho fatta entrare ma non le ho detto che lì (ed indico casa mia) non ci abita nessuno..." Lui: " ah, vabbè...faccio quella casa allora". "Noo! lì ci sta mio cognato che però è musulmano..." "ah. Mi han detto che ci abita la Signora XXXXX (mia mamma)". "ah no no, l'hanno informata male! Lei abita qua (ed indico la casa del vicino)".
"Ah ok, quella allora l'ho già fatta". "Pazienza, sarà per il prossimo anno allora". "Non si preoccupi, buona serata". Entro in casa e subito mi metto comodo. Se suoni il campanello e ti apre un losco figuro, non temere, sono io e sono tornato.

                




permalink | inviato da laSavana il 19/2/2009 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

16 febbraio 2009

Arrivo eh...

 
Il tempo di ricordarsi come si gestisce un blog e torno.
(ma ci voleva una penna per scrivere? ah no, ecco la tastiera).




permalink | inviato da laSavana il 16/2/2009 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

22 novembre 2008

Ci vuole un parcheggio nel cortile.

                        

Sì, lo devo fare. Entro in casa dopo essermi perso come sempre in mezzo ad una campagna che mi guarda e dice : ci risiamo ehehehe. Fanculo campagna. Ecco. Sono a casa. Dicevo, lo devo fare! Accendo il pc, prendo in mano il mouse ed apro una pagina vuota di word da riempire. Ok, adesso scrivo che....uhm...sì, giusto! scrivo che mmm...o no? dai dai dai, lo scrivo! No, credo non sia il momento giusto adesso. Però poi me ne posso pentire, quindi scrivo. No. Scrivo un sms, un post ora sarebbe palloso. Ecco, nel messaggio chiedo se sia normale che qualcuno a quest'ora possa far finta che tutto vada bene quando invece vorrebbe trovare una sola faccia a caso per scaricare un fanculo. La risposta è stata una chiamata da un locale dove passavano questa canzone "dammi una lametta che mi taglio le vene"
...
...
......
ahahahahahah, ma quanto sei scema! In un attimo tutto è più leggero. Allora apro il freezer, tiro fuori una vaschetta di gelato...mangio la prima cucchiaiata, poi la seconda...
...questo gelato è tutto al cioccolato, fondente e non, pure affogato al cioccolato bianco. A me non piace nemmeno il cioccolato.

Ste, Fanculo!




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12 novembre 2008

Aspetterò domani per chiedertelo

 

                                                
Fin da piccolo ero posseduto dalla famosissima "maledizione conica". Non provate ad annuire con la testa per far vedere che la conoscete. No, perchè il termine l'ho coniato ora. Ecco.
Insomma, hai presente quando da piccoli i nonni ci portavano a fare le passeggiate nelle sere d'estate? Ecco. Chi, in quelle occasioni, non ha mai strattonato la manica di un nonno gridando un timido "voglio il gelatooooooooOOOOOO".
Puntualmente mi ritrovavo davanti alla gelateria e sentivo una voce "allora bel biondino, come te lo faccio il gelato?". Io mi guardavo intorno cercando di capire chi avesse parlato. A braccia aperte dicevo "boh" e la voce rispondeva " sono quiiii, mi vedi?". Niente, capivo che la voce proveniva dal davanti ma vedevo solo una parete, spesso in legno con dei cartelloni con dei disegni di Gelati enormi e scritte 100£ - 200£ - 500£. "ehi, piccolo, dico a te". Dopo tre secondi mi ritrovavo in braccio a mio nonno e mi si apriva un mondo davanti agli occhi.
Non avevo tempo di collegare la voce ,che fino ad un minuto prima mi stava parlando, all'immagine della gelataia che mi guardava ridendo, che già ero lì ad indicare col ditino quale gusto volessi. Dopo aver scelto 8 gusti alcuni dei quali indicati almeno 4 volte e scambiati per altri 5 gusti per 3 volte, la mia decisione faticosissima si stava materializzando in sogno. La gelataia si allungava e mi porgeva il cono gelato chiedendomi "ce la fai?". Io con la bocca a forma di cerchio per lo stupore emettevo un sibilante "Scì". Il cono era tra le mie mani. Nemmeno il tempo di scendere dal nonno, che il cono si ritrovava in terra senza possibilità di recupero.
Prontamente la gelataia me ne faceva un altro, ma nella vaschetta. Non riuscivo mai a mangiarmi un cono gelato. Fino ad un istante prima lo stringevo tra le mani e poco prima di avventarmici sopra, questo era là in terra, esausto.
Credo di aver passato un' intera estate in quella situazione. Quelle serate non erano solo fatte di gloria nei casi in cui fossi riuscito a dare una leccata al cono prima di vederlo cadere, ma anche di "trotto". Sì, trotto, ma questo non me lo sono inventato.
Arrivevamo al negozio di mia mamma dove mio babbo stava seduto su una sedia di plastica a scossare la gamba. Non che si dovesse togliere una cacca da sotto la suola della scarpa...ma era un suo vizio, un tic. Come quello che ho io ora. Ricordo ancora che cercavo di imitarlo in questo suo gesto. Lui , seduto, con il piede dritto sulla punta a muovere la gamba come se stesse suonando un pedale della batteria, io di fianco a muovere la mia,,scoordinatamente, mentre fissavo la sua per imparare. Non credevo fosse impossibile fermarla, quindi mi ci siedevo sopra. Ridevo quando mi accorgevo che era indomabile, e mi veniva voglia di andare a mangiare un gelato dopo aver vibrato per un'ora.
Quel tic mi è stato tramandato, anzi, me ne sono imposseduto. Se mi vedi a tavola, mi scossa sempre la gamba. Ricordo anche quando il mio istruttore di guida mi guardava spaesato e mi chiedeva " mo sa feeeet?? (ma cosa fai?)"...ed io prontamente toglievo il piede tamburellante dal pedale del gas.
Fino a qualche anno fa mi sono accorto che scossavo la gamba anche nel sonno. Credo sia un anti stress. Ora ho dimuito questo "vizio" ed infatti ho perso i capelli.
Per esempio in questo momento la sto scossando. E sorrido al pensiero che lei l'altra sera sia riuscita a fermarmela per alcuni minuti a tavola. Mi distraevo e ripartiva, ripartiva e lei mi appoggiava una mano sopra la gamba, poi ripartiva, lei appoggiava. Non lo vedo come un gesto banale...per me quel gesto significa tanto. Un gesto di attenzioni, piccolezze che ti fanno sentire importante e voglia di dirle "se ti faccio vedere come sono diventato bravo, mi porti a prendere un gelato nel cono?".




permalink | inviato da laSavana il 12/11/2008 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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